LT: Nella nostra intervista precedente dedicata al concetto dell’amore vero, Lei ha parlato dell’onnipotenza dell'amore di Dio Padre per suo figlio Gesù Cristo, ma anche per l’umanità in generale. Però mentre l'immagine dell'amore materno risulta piuttosto chiara a tutti, cosa sarebbe quell’amore paterno «onnipotente»? Chi è un padre e in cosa il suo amore si differenzia da quello materno?
MAURO LONGHI: La risposta ci viene offerta dalla rivelazione biblica, in particolare dal Libro della Genesi, che ci parla di un Dio che mostra all’uomo che cosa veramente significhi essere «padre».
Il cosmo, immenso e così diversificato, il mondo di tutti gli esseri viventi, è inscritto nella paternità di Dio come nella sua sorgente. Vi è inscritto, naturalmente, secondo il criterio dell'analogia, grazie al quale ci è possibile distinguere, già nel primo e secondo capitolo della Genesi, la realtà della paternità. La chiave interpretativa sta nel principio dell'immagine e della somiglianza di Dio, che il testo biblico mette fortemente in rilievo (Gn 1, 26). Dio crea in virtù della sua parola: «Sia!» (Gn 1, 3). È significativo che questa parola di Dio, nel caso della creazione dell'uomo, sia completata con queste altre parole: «Facciamo l'uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza» (Gn 1, 26). Prima di creare l'uomo, il Creatore quasi rientra in sé stesso per cercarne il modello e l'ispirazione nel mistero del suo Essere che già qui si manifesta in qualche modo come il Noi divino. Da questo mistero scaturisce, per via di creazione, l'essere umano: «Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò» (Gn 1, 27).
Pertanto Dio è innanzitutto padre in quanto è Creatore. Poiché Egli ci ha creato, noi apparteniamo a Lui: l'essere umano come tale viene da Lui e perciò l’uomo è buono perché Dio è bontà paterna infinita e l’uomo è partecipazione di Dio, di un Dio personale che ha creato l’uomo come persona, a immagine e somiglianza sue.
Allora forse possiamo comprendere meglio, nella famiglia umana, chi è un padre e in cosa il suo amore si differenzia da quello materno.
Padre è colui che nella sua mascolinità e genitorialità rende possibile nel matrimonio il concepimento di una nuova vita. Padre è colui che genera un legame affettivo ed etico che unisce lui al figlio: è il pater familias del mondo romano, che origina una discendenza chiamata in molte culture, casato o dinastia, mediante l’attribuzione al figlio del suo stesso cognome.
La paternità, fa riferimento, dunque, al riconoscimento della relazione genitoriale, all’accoglimento della vita del figlio e al rispetto etico del proprio ruolo di padre nella famiglia e dei diritti del figlio.
La assenza dei genitori dalla vita del figlio, e in particolare del padre, spesso conduce il figlio alla perdita del senso della vita.
La maternità in cambio, comprende la capacità fisica di dare la vita che struttura la personalità femminile in profondità: il genio femminile – così San Giovanni Paolo II definiva questa capacità. Essa consente alla sposa, diventata madre, di acquisire molto presto maturità e senso della gravità della vita e delle responsabilità che essa implica. Questa stessa capacità di procreare - termine così amato dal grande teologo moralista Card. Carlo Cafarra - sviluppa nella madre il senso ed il rispetto del proprio figlio, di quel figlio in particolare, opponendosi ad astrazioni, fantasie, sogni utopici, così spesso letali per l'esistenza degli individui e della società.
La madre anche nelle situazioni più disperate — e la storia passata e presente ne è testimone — possiede una capacità unica di resistere nelle avversità, di rendere la vita ancora possibile pur in situazioni estreme, di conservare un senso tenace del futuro e, da ultimo, di ricordare con le lacrime il prezzo di ogni vita umana (cfr Lettera ai Vescovi della Chiesa cattolica sulla collaborazione dell’uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo, Congregazione per la Dottrina della fede, 31.05.2004).
Non è per caso che Le abbiamo chiesto di illustrarci il concetto di amore paterno, perché oggigiorno, sembra che la figura paterna passi sempre di più in secondo piano. Per non parlare del fatto che la stessa istituzione familiare affronta grandi sfide, mentre sembra quasi che «la paternità» stia perdendo il suo valore sociale. La gente non comprende l’importanza di questo ruolo maschile, ma anche gli uomini stessi non sanno cosa significhi «essere padre.» È davvero così?
Certamente. Ciò accade perché l’amore coniugale è esigente e viene rifiutato dalla cultura edonista e utilitaristica in cui viviamo, specie in Occidente.
Ed è proprio entro la comunione-comunità coniugale e familiare, che l'uomo è chiamato a vivere il suo dono e compito di sposo e di padre.
L'autentico amore coniugale dello sposo divenuto padre, suppone ed esige che lui porti profondo rispetto per la vita di ogni membro della famiglia; in primo luogo per l'eguale dignità della donna: «Non sei il suo padrone - scriveva san Ambrogio - bensì il suo marito; non ti è stata data schiava, ma in moglie... Ricambia a lei le sue attenzioni verso di te e sii ad essa grato del suo amore» («Exameron», V,7,19: CSEL 32,I,154).
Con la sposa l'uomo deve vivere «una forma tutta speciale di amicizia personale» (San Paolo VI, Lett. enc. Humanae Vitae, 9). Se è cristiano, lo sposo è chiamato a sviluppare un atteggiamento di amore nuovo, di un amore redento, manifestando innanzitutto verso la propria sposa quella carità delicata e forte che Dio ha per ognuno.
È dunque l'amore alla sposa, divenuta madre, e contestualmente l'amore ai figli che costituisce la strada naturale lungo la quale il padre realizza e testimonia la sua paternità. Soprattutto là dove le condizioni sociali e culturali, di cui abbiamo fatto cenno prima, spingono facilmente il padre al disimpegno rispetto alla famiglia o comunque ad una sua minor presenza in essa e anche nell'opera educativa, è necessario adoperarsi perché si recuperi socialmente la convinzione che il posto e il compito del padre nella e per la famiglia è di un'importanza unica e insostituibile (cfr. Giovanni Paolo PP. II, Omelia ai fedeli di Terni, 19 Marzo 1981).
Padre è colui che nella sua mascolinità e genito-rialità rende possibile nel matrimonio il concepimento di una nuova vita. Padre è colui che genera un legame affettivo ed etico che unisce lui al figlio: è il pater familias del mondo romano, che origina una discendenza chiamata in molte culture, casato o dinastia, mediante l’attribuzione al figlio del suo stesso cognome. La paternità, fa riferimento, dunque, al riconoscimento della relazione genitoriale, all’accoglimento della vita del figlio e al rispetto etico del proprio ruolo di padre nella famiglia e dei diritti del figlio.
Come l'esperienza insegna, l'assenza del padre provoca squilibri psicologici e morali e difficoltà notevoli nelle relazioni familiari, come pure, in circostanze opposte, la presenza oppressiva del padre, specialmente là dove è ancora in atto il fenomeno del machismo, ossia di quella superiorità abusiva delle prerogative maschili che umiliano la donna e inibiscono lo sviluppo di sane relazioni familiari.
Trascrivo alcune brevissime confidenze di ragazzi di 15 anni di Arese (Milano), raccolte in un volumetto dal titolo significativo «Vangelo secondo Barabba» che un amico della Università Bocconi mi regalò nel lontano 1970 (Ed Elle Di Ci, Asti 1976, p.93). Ecco alcune loro affermazioni
«La cosa che io desidero di più è un padre»
«È preferibile la morte ad una vita senza amore»
«Ho capito che cosa è una famiglia: un uomo, una donna, dei bambini e tutti attorno al fuoco. Cosa darei per averne una anch’io!»
Rivelando e rivivendo in terra la stessa paternità di Dio (cfr. Ef 3,15), il padre è chiamato a garantire lo sviluppo unitario di tutti i membri della famiglia: assolverà a tale compito mediante una generosa responsabilità per la vita concepita sotto il cuore della madre, un impegno educativo più sollecito e condiviso con la propria sposa (cfr. Concilio Vaticano II, Costituzione pastorale Gaudium et Spes, 52), un lavoro professionale che non disgreghi mai la famiglia ma tega conto della esigenza di compattezza e stabilità di essa, una testimonianza di vita gioiosa e matura, che introduca più evidentemente i figli nell'esperienza viva della loro natura trascendente: la moglie e i figli non sono cose da possedere o da rifiutare, ma sono persone (cfr. San Giovanni Paolo II, Es. ap. Familiaris consortio, n. 25).
Perché per la società è importante il ruolo forte dell’uomo e del padre? Quanto la gerarchia «Dio — padre di famiglia — figli» costruita con precisione influisce sulla cultura e sull’economia della società? Potrebbe farci qualche esempio di tale influenza in chiave positiva?
Rispondo innanzitutto ai primi due quesiti.
Nell'affermare che l'uomo, nella sua mascolinità e femminilità, è l'unica creatura sulla terra voluta da Dio per sé stessa, la dottrina cristiana aggiunge che il padre non può ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé. Potrebbe sembrare una contraddizione, ma non lo è affatto. È, piuttosto, il grande e meraviglioso paradosso dell'esistenza umana: un'esistenza chiamata a servire la verità nell'amore. L'amore fa sì che il padre si realizzi attraverso il dono sincero di sé: amare significa per lui dare e ricevere quanto egli non può né comprare né vendere, ma nella comunione coniugale, solo liberamente e reciprocamente elargire.
Il figlio, nel suo esistere, è già un dono: un dono alla famiglia umana. Il neonato si dona ai genitori per il fatto stesso di venire all'esistenza. Il suo esistere è già un dono, il primo dono del Creatore alla creatura. Nel figlio si realizza il bene comune della famiglia. Come il bene comune dei coniugi trova compimento nell'amore sponsale, amore pronto a dare e ad accogliere la nuova vita, così il bene comune della famiglia si realizza mediante lo stesso amore sponsale concretizzato nella vita del figlio.
Sì! Il figlio è un bene comune: bene comune della famiglia e dell'umanità, dei singoli gruppi e delle molteplici strutture sociali.
C'è però una significativa distinzione di grado e di modalità da fare: il figlio è bene comune, ad esempio, della Nazione a cui appartiene o dello Stato di cui è cittadino; ma lo è in un modo molto più concreto, unico ed irrepetibile per la sua famiglia; lo è non solo come individuo che fa parte della moltitudine umana, bensì come «questo uomo».
L’amore paterno dice un sì incondizionato verso il figlio amato. Il padre ama il figlio non in base a questa o quella sua qualità, ma ama la stessa persona del figlio che è «qualcosa» di più grande della somma delle sue qualità.
La fonte di questo amore paterno, come abbiamo sottolineato in precedenza, è Dio che chiama il figlio all'esistenza per sé stesso, e nel venire al mondo questo figlio comincia, nella famiglia, la sua grande avventura, l'avventura della vita.
Il figlio ha il diritto alla propria affermazione a motivo della sua dignità umana. È precisamente questa dignità a stabilire il posto della persona tra gli uomini, ed anzitutto nella famiglia. La famiglia è infatti - più di ogni altra realtà umana - l'ambiente nel quale l'uomo può esistere per sé stesso mediante il dono sincero di sé. Per questo la famiglia rimane un'istituzione sociale che non si può e non si deve sostituire, come accennavo prima: la famiglia è il santuario della vita, luogo in cui la vita, dono di Dio, può essere adeguatamente accolta e protetta contro i molteplici attacchi a cui è esposta, e può svilupparsi secondo le esigenze di una autentica crescita umana (cfr. San Giovanni Polo II, Lett. enc. Centesimus annus, n. 39).
Mi si chiede qualche esempio di una influenza positiva dell’amore paterno.
Rispondo che in questo santuario della vita, il figlio trova nel padre sicurezza, conforto, autostima. L’esempio del padre, che lavora per la sussistenza e per la crescita della famiglia, è fonte di ringraziamento nel figlio che apprende dall’esempio del padre, la fatica nel servire, la esigenza di una competenza professionale, la fortezza nel superare ostacoli e la gioiosa ambizione di essere di aiuto a molti.
Così la solitudine, la emarginazione sociale, la indifferenza della società vengono sanate in lui: Il figlio non teme la figura del padre, egli rientra sempre in famiglia come luogo e spazio di gratuità, di sicurezza, di conforto perché vi respira la amorevole fiducia del padre che mai è, nei suoi confronti, fonte di un giudizio definitivo o meritocratico.
«Mi devi dimostrare di essere mio figlio, devi meritare la mia paternità»: pretesa priva di verità, che origina nel figlio panico e stress da prestazione.
Ma è soprattutto nella coniugalità dei genitori, intrisa di amore, che il figlio apprende ad essere stimato, amato non per quello che fa ma per ciò che è. Impaura la bellezza della famiglia esclamando: guarda come i miei genitori si amano! E conseguentemente si riempie di speranza e di fiducia nel poter lui stesso costruire una nuova famiglia.
Approfondiamo ancora un po’ l’argomento di prima e proviamo magari a spiegare perché è importante che proprio una figura forte dell’uomo rimanga il pilone della famiglia o di una dinastia di lavoratori. Quali conoscenze, abilità e valori il padre trasmette ai figli affinché loro possano creare, a loro volta, delle famiglie solide e possano servire la società, svolgendo un lavoro di qualità, a regola d'arte, prendendosi cura delle persone e del proprio buon nome?
Mi sembra di aver già risposto almeno in parte, al suo quarto quesito.
Aggiungo che il padre nella famiglia è chiamato a vivere e a trasmettere la cultura o civiltà dell'amore. L'espressione si collega con la tradizione del cristianesimo delle origini, ma possiede un preciso riferimento anche all'epoca contemporanea. Etimologicamente il termine ci- viltà deriva da civis - cittadino, e sottolinea la dimensione politica dell'esistenza di ogni individuo. Il senso più profondo dell'espressione civiltà non è però soltanto politico, quanto piuttosto umanistico. La Civiltà appartiene alla storia dell'uomo, perché corrisponde alle sue esigenze spirituali e morali: creato ad immagine e somiglianza di Dio, egli ha ricevuto il mondo dalle mani del Creatore con l'impegno di plasmarlo a propria immagine e somiglianza. Così dall'adempimento di questo compito scaturisce la civiltà, che altro non è, in definitiva, se non l'umanizzazione del mondo.
Una vera paternità promuove la vera umanità del figlio.
Il padre buono rifiuta innanzitutto il cosiddetto sesso sicuro, propagandato dal tecnicismo egoista e autoreferenziale: si tratta di un utilitarismo etico, fondato su di una libertà orientata in senso individualistico, ossia su una libertà senza responsabilità.
Il sesso sicuro costituisce l'antitesi dell'amore, anche come espressione della civiltà umana considerata nel suo insieme. Quando tale concetto di libertà trova accoglienza nella società, alleandosi facilmente con le più diverse forme di umana debolezza, si rivela ben presto come una sistematica e permanente minaccia per la famiglia. Si potrebbero citare, al riguardo, molte conseguenze nefaste, documentabili a livello statistico, anche se non poche di esse rimangono nascoste nei cuori degli uomini e delle donne, come ferite dolorose e sanguinanti.
Certamente contrario alla civiltà dell'amore è anche il cosiddetto libero amore, tanto più pericoloso perché proposto di solito come frutto di un sentimento vero, mentre di fatto distrugge l'amore.
Quante famiglie sono andate in rovina proprio per il libero amore! Seguire in ogni caso il vero impulso affettivo in nome di un amore libero da condizionamenti, significa, in realtà, rendere l'uomo schiavo degli istinti umani. Il libero amore sfrutta le debolezze umane fornendo loro una certa cornice di nobiltà con l'aiuto della seduzione e col favore dell'opinione pubblica. Si cerca così di tranquillizzare la coscienza, creando un alibi morale. Non si prendono però in considerazione tutte le conseguenze che ne derivano, specialmente quando a pagarle sono, oltre al coniuge, i figli, privati del padre o della madre e condannati ad essere di fatto orfani di genitori vivi.
Alla base dell'utilitarismo etico, come si sa, c'è la continua ricerca del massimo di felicità, ma di una felicità utilitaristica, intesa solo come piacere, come immediato soddisfacimento a vantaggio esclusivo del singolo individuo, al di fuori o contro le oggettive esigenze del vero bene.
L'amore fa sì che il padre si realizzi attraverso il dono sincero di sé: amare significa per lui dare e ricevere quanto egli non può né comprare né vendere, ma nella comunione coniugale, solo liberamente e reciprocamente elargire.
Il papà buono combatte l'individualismo che suppone un uso della libertà nel quale il soggetto fa ciò che vuole, stabilendo egli stesso la verità di ciò che gli piace o gli torna utile. Il papà perverso non ammette che altri voglia o esiga qualcosa da lui nel nome di una verità oggettiva. Non vuole dare ad un altro sulla base della verità, non vuole diventare un dono sincero.
Il papà individualista rimane sempre egocentrico ed egoistico.
Un ragazzo di quindici anni – si chiamava Umberto - scrisse: «Io non credo in Dio perché sono stato sempre sfortunato e nessuno è mai venuto ad aiutarmi. Spero che un giorno ci sia qualcuno che mi voglia bene e allora crederò» (Il Vangelo secondo Barabba, a cura di Salvatore Grillo, Elle Di Ci Leumann, Torino 1974, p.95-96).
Un altro giovane di Claudio, morto a 22 anni, scriveva: «Come è brutto diventare adulti, quando si era bambini si pensava che per essere buoni bastasse non rubare la marmellata, e lavarsi i denti tutte le sere, poi ti arriva il giorno che non era vero niente e tutto diventa diverso; poi troppo diverso. Ci si accorge del proprio egoismo, della propria meschinità. È brutto diventare grandi, si vedono cadere i nostri sogni, ci si accorge che questo non è il mondo che ci aspettavamo. Mi chiedo cosa si possa fare…per non continuare a lasciarci ingannare. (Ibidem, p.67-68)
Quali sono gli esempi di paternità più vividi che Le sia capitato di incontrare nella Sua vita? Forse è proprio Suo padre (quali regole ha stabilito in famiglia, perché avevano importanza)? In generale, in cosa si distingueva il comportamento di questi uomini in famiglia e nel loro atteggiamento verso la professione?
Sì, innanzitutto mio padre, che rimase vedovo molto giovane con cinque figli, ed eravamo a Londra: aveva 45 anni e mia madre 40 quando morì di tumore al seno.
Mio padre fu un autentico maestro. Maestro di vita, di lavoro, di sport e di avventure. Ebbe verso di me affetto di madre e fortezza di padre.
Quando tornai in Italia avevo 6 anni. Mio padre mi insegnò subito a giocare a tennis (non avevo ancora la forza di reggere la racchetta in mano) e mi iscrisse poi a numerosi corsi per perfezionarmi in questo sport. Divenni un campione! Mi condusse anche sui campi da calcio e mi insegnò il ruolo di mezz’ala, facendomi partecipare, a quindici anni, a tornei juniores regionali in Liguria dove la mia famiglia si era stabilita. Fu pure maestro di sci e di vela! Mi esortava: non aver paura, sappi rischiare! Ma soprattutto mi insegnò ad amare, rendendomi partecipe del suo affetto e delle sue premure.
Infine fu un grande appassionato del suo lavoro, alto dirigente nell’ambito del traporto marittimo internazionale. Mi insegnò ad avere ambizioni, mi trasmise entusiasmo, libertà e senso di responsabilità negli studi e nelle mie scelte professionali.
In alcuni miei compagni di scuola e di università notavo a volte una diabolica disistima, un autentico odio verso la propria grandezza. Avevo conosciuto altri che si ritenevano nemici della vita, dell’equilibrio della creazione, turbatori della natura: pensavano «sono una creatura mal riuscita».
Mio padre mi ha reso immune da tutto ciò.
Ho avuto altresì esempi di paternità eccelsi in uomini di Dio, in sacerdoti, vescovi e cardinali. La paternità non è solo quella biologica.
Tra questi esempi di uomini di Dio, primeggia il Beato Alvaro del Portillo, l’allora Prelato dell’Opus Dei: quarto di otto fratelli, nato a Madrid e residente a Roma. Presso di lui venni chiamato a lavorare per vent’anni. Maestro di vita, di fede, di fortezza che ha speso l’intera sua vita in un servizio eroico alla Chiesa cattolica e dell’Opus Dei che ha presieduto dal 1975 al 1994.
Anche altri esempi di paternità: da parte di importanti ecclesiastici del Vaticano, data la mia presenza a servizio della Curia Vaticana durante il decennio 1997-2007.
Menziono il card. Angelo Sodano, Segretario di Stato, con cui trascorsi vent’anni durante il periodo estivo negli anni di Pontificato di San Giovanni Paolo II, il card. Joseph Ratzinger, dotato di umiltà e di sapienza teologica inaudita.
Posso dire che in ognuno di essi ho riscontrato quelle quattro virtù che San Paolo enumera nella sua Lettera agli Efesini: «Vi esorto dunque io, il prigioniero del Signore, a comportarvi in maniera degna della vocazione che avete ricevuto, con ogni umiltà, mansuetudine e pazienza, sopportandovi a vicenda con amore, cercando di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace» (Ef.4, 1-3).
Il problema è che non tutti i giovani hanno esempi validi di paternità davanti agli occhi. A questo punto su cosa possono fare affidamento? Forse la società e lo Stato dovrebbero coltivare un esempio positivo della figura paterna attraverso i media? O magari esistono altri strumenti o esperienze di successo nell’influenzare le giovani menti a Lei conosciuti? In Siberia ad esempio sotto il patronato dei governatori si istituiscono Le giunte dei padri che vengono coinvolte per risolvere problematiche legate all’istruzione e all’educazione. Forse c’è qualcosa di simile anche in Italia?
Qualcuno ha detto che oggi stiamo vivendo la crisi di una «società senza padri».
E io ribadisco: nella società moderna si avverte sempre più chiaramente il bisogno di poter contare su padri che sappiano svolgere il loro ruolo, unendo la tenerezza alla serietà, la comprensione al rigore, il cameratismo all’esercizio dell’autorità, perché solo così i figli potranno crescere armoniosamente, dominando le proprie paure e disponendosi ad affrontare con coraggio le incognite della vita.
Riaffermo quanto detto all’inizio: è in Dio, fonte di ogni paternità, è nel suo modo di agire con gli uomini, quale ci è rivelato dalla Sacra Scrittura, che i padri di famiglia possono trovare il modello di una paternità capace di incidere positivamente sul processo educativo dei figli, non soffocandone, da una parte, la spontaneità, né abbandonandone dall’altra, la personalità ancora immatura alle esperienze traumatizzanti dell’insicurezza e della solitudine.
A tale riguardo in Italia, ma non solo, numerose sono le attività di associazioni che promuovono, sostengono e difendono il ruolo essenziale della famiglia nella formazione delle nuove generazioni.
La Associazione APS in Famiglia è una di queste con sede a Milano che organizza attività di orientamento, tutorato e life-coaching, conferenze, seminari, incontri sportivi e iniziative di volontariato Ad essa è collegata la Dad Academy che offre interventi di esperti dell’educazione a favore di padri che posso trovarvi aiuto e sostegno.
La parola di Dio nel Salmo 88: «Egli mi invocherà: Tu sei mio padre, / mio Dio e roccia della mia salvezza» (Sal 89, 27) ispirerà i figli nel corso delle lunghe giornate di lavoro, di fatica, di dolore, … nelle tempeste della loro vita, per elevare il loro pensiero a Dio ma anche al proprio genitore, per implorare presso di lui ascolto, luce, aiuto, conforto. Quante volte!
Quale potrebbe essere l’augurio principale di un padre ai propri figli? Forse potrebbe riportarci l’esempio di una preghiera concisa ed universale da parte di un padre? La pubblicheremmo con piacere nella nostra rivista. Grazie.
Ritengo che l’augurio principale di un padre ai propri figli è contenuta nella brevissima esortazione: Sii uomo!
È questo l'imperativo che la paternità è chiamata a trasmettere: Sii uomo, come figlio della patria, come cittadino dello Stato, come cittadino del mondo.
Colui che ha consegnato alla famiglia umana la capacità di generare è un Dio benevolo verso l'uomo (filanthropos, dicevano i greci). Il Creatore dell'universo è il Dio dell'amore e della vita. Egli vuole che l'uomo abbia la vita e l'abbia in abbondanza, come proclama Cristo, il Figlio di Dio (cfr Gv 10, 10): che abbia la vita prima di tutto grazie alla famiglia.
Non è pertanto esagerato ribadire che la vita delle Nazioni, degli Stati, delle Organizzazioni internazionali passa attraverso la famiglia e si fonda sull’amore dei coniugi. L'epoca in cui viviamo, nonostante le molteplici Dichiarazioni di tipo giuridico che sono state elaborate, resta minacciata in notevole misura dalla alienazione teista, quale frutto delle premesse illuministiche secondo le quali l'uomo è più uomo se è soltanto uomo.
Certamente contrario alla civiltà dell'amore è anche il cosiddetto libero amore, tanto più pericoloso perché proposto di solito come frutto di un sentimento vero, mentre di fatto distrugge l'amore.
Non è difficile avvertire come l'alienazione da tutto ciò che in vario modo appartiene alla piena ricchezza dell'uomo insidi la nostra epoca. E questo chiama in causa la famiglia. Infatti, l'affermazione della persona è in grande misura rapportata alla famiglia e, conseguentemente, al quarto comandamento. Appare chiaro a questo punto che la civiltà dell'amore è strettamente collegata con la famiglia. Per molti la civiltà dell'amore costituisce ancora una pura utopia. Si pensa infatti che l'amore non possa essere preteso da nessuno e che a nessuno possa essere imposto: sarebbe una libera scelta che gli uomini possono accettare o respingere. Se questo è in parte vero, è anche vero che non è un'utopia: è dato all'uomo come compito da attuare con l'aiuto divino. È affidato all'uomo e alla donna, nel matrimonio, come principio fontale del loro dovere e diventa per essi il fondamento del reciproco impegno: di quello coniugale prima, di quello paterno e materno poi. Qui stanno i cardini della civiltà umana, la quale non può essere definita diversamente che come civiltà dell'amore.
Ho scelto una preghiera ben nota, una poesia che un maestro di letteratura inglese a Genova mi segnalò quando avevo 13 anni:
Rudyard Kipling, If
(Lettera al figlio, 1910)
(traduzione in italiano)
Se riesci a mantenere la calma quando
tutti attorno a te la stanno perdendo;
Se sai aver fiducia in te stesso quando
tutti dubitano di te tenendo conto perň dei loro dubbi;
Se sai aspettare senza stancarti di
aspettare o essendo calunniato non
rispondere con calunnie o essendo
odiato non dare spazio all'odio senza
tuttavia sembrare troppo buono ne'
parlare troppo da saggio;
Se sai sognare senza fare dei sogni i tuoi padroni;
Se riesci a pensare senza fare di pensieri
il tuo fine;
Se sai incontrarti con il successo e la
sconfitta e trattare questi due impostori
proprio nello stesso modo;
Se riesci a sopportare di sentire la verità
che tu hai detto, distorta da imbroglioni
che ne fanno una trappola per gli ingenui;
Se sai guardare le cose, per le quali hai
dato la vita distrutte e sai umiliarti a
ricostruirle con i tuoi strumenti ormai logori;
Se sai fare un'unica pila delle tue vittorie
e rischiarla in un solo colpo a testa o
croce e perdere e ricominciare dall'inizio
senza mai lasciarti sfuggire una sola
parola su quello che hai perso;
Se sai costringere il tuo cuore, i tuoi
nervi, i tuoi polsi a sorreggerti anche
dopo molto tempo che non te li senti più
e così resistere quando in te non c'è più
nulla tranne la volontà che dice loro: "Resistete!';
Se sai parlare con i disonesti senza
perdere la tua onestà o passeggiare con i
re senza perdere il tuo comportamento normale;
Se non possono ferire ne' i nemici ne'
gli amici troppo premurosi; Se per te
contano tutti gli uomini, ma nessuno troppo;
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